Oggi niente lavoro.
Ieri niente lavoro.
Domani sarà senza lavoro.
Lavoro. Di questo si tratta.
“Se non lavoro, non mangio.”
Niente sostegni.
Nessuno ci vede.
Nessun riconoscimento.
Perché?
Eppure, ho visto alcuni di voi portare le amanti in prima fila per sfoggiare pellicce e gioielli.
Ho visto molte persone ringraziarci per quello che facciamo ed essere felici a Teatro.
Venivate in camerino, trepidanti, a dire quanto vi siete emozionati e noi a ringraziarvi infinitamente.
Si, noi emozioniamo. Noi facciamo scendere lacrime. Noi siamo quelli che facciamo sognare. Noi siamo quelli che vi trasportano in altre dimensioni, secoli, luoghi.
Noi siamo i teatranti.

Siamo gli invisibili ora.
Siamo quelli che sono quarant’anni che sognano,
e siamo quelli che, per loro sfortuna, si sono appena ammalati di Teatro.
Siamo quelli che ispiriamo gli scrittori e alle volte siamo anche noi stessi scrittori.
Siamo quelli che montiamo la scenografia, che controlliamo la cassa, i costumi, facciamo telefonate, guidiamo per ore e mangiamo panini in autostrada.
Siamo quelli che in una cantina umida si trovano per venti giorni, trenta giorni per provare nuovi spettacoli e che mutano in vostri nuovi sogni.
Siamo quelli che pagano le tasse.
Si, noi paghiamo anche le tasse.
Ma a detta di moltissimi, noi, siamo gli sfaccendati.
Noi siamo i teatranti.

Noi siamo artigiani. Questa è la giusta definizione.
Noi siamo quegli Attori, che non sono stati addomesticati da gloriose sovvenzioni statali.
Noi siamo quelli che l’io, è già compagnia teatrale.
Noi siamo quelli che lavoriamo in teatri freddi senza camerini perché murati negli anni 70’ per fare spazio al cinema.
Noi siamo quelli che lavoriamo nelle piazze, sui sagrati delle chiese come nel Medio Evo e continuiamo a lavorarci, perché il Medio Evo è tornato.
Noi siamo quelli che conserviamo i libri in case piccolissime.
Noi siamo quelli che difficilmente possiamo raggiungere i grandi teatri da mille posti e non è per mancanza di qualità ma di conoscenze.
Noi siamo quelli che abbiamo sentito l’Europa intera dire che il monologo di Pier Francesco Favino fatto al festival di San Remo era sublime… monologhi di quella intensità li trovate tutte le sere in teatri di cinquanta posti.
Noi siamo i teatranti.

Siamo quelli che ora non hanno voce.
Siamo quelli che quando parliamo di poesia sentiamo le sghignazzate.
Siamo quelli che dovremmo essere al primo posto per interesse, come diceva Aristotele, e siamo all’ultimo.
Siamo quelli che se non passi in televisione non sei bravo, siamo quelli schiacciati dalla televisione perché abbiamo tempi umani e siamo quelli che non interessa più la magia del teatro in televisione se già non sei un nome da televisione.
Siamo quelli a cui stanno levato le radici per ritrovarci a non avere più cultura teatrale.
Siamo quelli che durante la pandemia del 2020 hanno fermato per primi e chissà quando reintegrati, se, reintegrati.
Siamo quelli che sentiamo dirci che dobbiamo lavorare su piattaforme virtuali.
Siamo quelli che se ci levate lo scricchiolio delle assi, il brusio degli spettatori, le emozioni, i sentimenti… siamo morti.
Noi siamo i teatranti.
Noi, ora, siamo quelli morti.
Noi siamo i teatranti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *